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Elezioni in Israele, nessun vincitore: partiti arabi decisivi e scenari aperti

AUTORE: Redazione Novrium //
Elezioni in Israele, nessun vincitore: partiti arabi decisivi e scenari aperti
Le elezioni in Israele si sono chiuse senza un vincitore chiaro. Con i risultati parziali, il partito Likud del premier Benjamin Netanyahu ha ottenuto il 20,8% dei voti scrutinati, mentre il partito guidato dall'ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot si è fermato al 16,4%. Il conteggio della Commissione elettorale centrale non indica ancora quanti seggi otterranno i partiti nella Knesset, il Parlamento monocamerale da 120 deputati.

L'affluenza ha raggiunto circa il 77,7% degli aventi diritto, il valore più alto per un'elezione alla Knesset negli ultimi 27 anni. Eisenkot, che aveva dichiarato la vittoria, sostiene che il voto abbia espresso una totale mancanza di fiducia nel governo di Netanyahu e che gli spetti il primo diritto a tentare di formare un esecutivo. I risultati ufficiali saranno pubblicati il 4 novembre.

I mercati hanno reagito con nervosismo: lo shekel ha perso circa il 2% contro il dollaro, l'indice Tel Aviv 35 è sceso del 2,3% e i rendimenti dei titoli di Stato sono saliti su tutta la curva, con il decennale in rialzo di 8 punti base.

Il voto è stato il primo appuntamento elettorale nazionale dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e le successive guerre a Gaza, in Libano e con l'Iran, ed è stato largamente interpretato come un referendum sulla leadership di Netanyahu, al potere dal 2009. I sostenitori lo considerano l'uomo che ha guidato il Paese attraverso la guerra, mentre i critici ne sottolineano il processo per corruzione, la riforma giudiziaria e la gestione del conflitto a Gaza. Netanyahu deve inoltre fare i conti con un mandato di arresto della Corte penale internazionale, che ha respinto.

Un elemento decisivo sarà il risultato storico dei partiti arabi, che secondo le proiezioni potrebbero ottenere complessivamente 17 seggi tra Joint List e Ra'am. Pur non essendo considerati dei veri kingmaker, questi partiti potrebbero rivelarsi determinanti: insieme all'opposizione di Eisenkot raggiungerebbero una maggioranza di 61 seggi, ma sia Netanyahu sia Eisenkot escludono un'alleanza, citando la mancanza di valori condivisi. I leader arabi hanno invece teso la mano all'opposizione per far cadere Netanyahu, mentre Avigdor Liberman, che guida Yisrael Beytenu, ha rifiutato di contare sul loro appoggio.

Sul piano istituzionale, la legge prevede che il presidente Isaac Herzog assegni l'incarico di formare il governo a un deputato in grado di raccogliere almeno 61 seggi, entro sette giorni dalla pubblicazione dei risultati. Il premier designato dispone di 28 giorni, prorogabili di due settimane, per negoziare con gli alleati. In caso di fallimento, si può ricorrere a un ulteriore mandato o a una petizione parlamentare; se nessuna soluzione emerge, la Knesset si scioglie automaticamente e si torna al voto.

Tra gli scenari possibili figurano un governo di minoranza di Eisenkot sostenuto dall'esterno dai partiti arabi, un governo di unità nazionale tra Eisenkot e il Likud senza Netanyahu, o il ritorno alle urne, che lascerebbe Netanyahu alla guida del Paese come premier ad interim. Gli analisti prevedono negoziati lunghi e complessi: secondo l'esperto P.R. Kumaraswamy, è ancora presto per escludere Netanyahu dai giochi.